domenica 26 luglio 2015

Ti ho vista che ridevi di Lou Palanca.

Voglio iniziare con un dettaglio concreto: la mammella.
A pagina 172 la ragazza attivista dice che il poliziotto che l'ha manganellata le ha strizzato “la mammella”. Io avrei detto “tetta”, un'altra, più pudica, avrebbe detto “seno”, perché la mammella è quella delle vacche, delle pecore, dei delfini. È quella delle donne che vanno dal medico per la mammografia nell'ambito di un programma di prevenzione del tumore al seno. Ma tu vieni scaraventata dentro il cellulare da un poliziotto bestemmiante che, non contento delle manganellate, vuole strizzarti la mammella di vacca schifosa terrorista, che probabilmente è quello che pensa di te, e tu pensi.. pure tu pensi che quella è la mammella, non la tua tetta o il tuo seno di donna, ma una mammella. Il manganello ti ha colpito il cervello? O ti fai remora di parlare come mangi, perché sei in un libro che verrà letto da milioni di italiani?

Ma veniamo al succo della questione, perché non è l'attivista che ci interessa, lei è un extra.


Questo libro, come il precedente del collettivo Lou Palanca (bellissimo, di cui vi avevo parlato qui), riesuma una storia calabrese dimenticata e lo fa romanzando un fenomeno degli anni sessanta, che ha interessato le donne calabresi, le cosiddette “calabrotte” che emigravano nelle Langhe, ma che aveva gli uomini a tenere le fila, come sempre. Ed è un uomo anche il protagonista del libro, l'ignaro Luigi che, nella seconda parte del libro, ci introduce in prima persona per nove capitoli, per lo più scritti al presente (Luigi pensa, Luigi ci conduce con sé), nella sua angosciante scoperta: sua madre non era sua madre, e nemmeno suo padre era suo padre. I suoi nonni invece sì, erano i suoi nonni. Ma suo fratello e sua sorella, loro no, non erano suo fratello e sua sorella: erano suoi cugini. È proprio sua mamma a confessarglielo in una lettera, aveva fatto voto di non raccontare mai nulla a nessuno, ma ora che sta morendo non vuole più nascondere al suo amato “primogenito” la verità, non può. Luigi, che poco prima rifletteva sul suo paese e sulla Calabria tutta*, perché fa il giornalista in città, ora si arrovella con dubbi e domande esistenziali, perché tutti sapevano tutto in paese (tranne suo fratello e sua sorella), pure l'amato nonno sapeva tutto (d'altronde la vera mamma di Luigi è la più piccola delle sue figlie), ma nessuno gli ha mai detto nulla, tutti avevano finto che lui fosse davvero figlio dei suoi genitori.

Figlio di Carmela Lucà e Sergio Vizzarro perché da tutti considerato tale, fratello di Rosaria e Valerio perché così ripete la gente, là dove il consenso sociale si impone al dato biologico, dove la consuetudine è più forte della natura. Tutto è solo una convenzione, il tacito accordo di un Paese [...]”

La sua vera madre era partita poco dopo la sua nascita, lasciandolo in Calabria, a crescere come figlio di sua sorella maggiore.

*“Era la generazione di mia madre. Quella in cui le donne restavano qui e gli uomini andavano via, quella che ha saputo conquistarsi con le unghie un futuro personale ma che ha dovuto rinunciare ad ogni tentazione collettiva. Dopo, è stata solo una opposizione muta al destino, una rincorsa alla salvezza individuale, un investimento sui figli che sarebbero andati via. Mia madre ci ha cresciuto così, sperando di vederci partire.”

Partire era una prassi riconosciuta, legata a una necessità reale, ma a quanto pare erano gli uomini a emigrare, mentre le donne li aspettavano a casa. Oppure questo è quello che hanno lasciato credere a Luigi, mentre in realtà partivano solo le donne, le mamme?

Nella terza parte entra in scena Angiolino, che per quattro capitoli in prima persona e uno in terza (in un altro parla suo padre in prima persona, ma a capirlo ce ne vuole), per lo più al presente, ci spiega la sua trovata geniale di unire due destini: quello delle calabrotte e quello dei langaroli. Negli anni sessanta la Calabria era povera, mentre il Piemonte era ricco: la campagna regalava ogni bendidio, c'erano le fabbriche e le città offrivano tante opportunità; in particolare alle donne piemontesi, che volevano emanciparsi, lavorare, guadagnare meglio, e sognavano “i grandi magazzini, le passeggiate in centro”, che partivano lasciando nelle campagne gli uomini soli a coltivare la terra, e a morire senza figli a cui lasciarla in eredità. Due mezze paginette per dire questo, mentre nel resto dei sei capitoli Angiolino ci racconta com'è che lui, che ha sempre vissuto nelle Langhe, sapeva che in Calabria ci sono tante donne da maritare, racconto che è poi una scusa per parlare di partigiani e resistenza. In ogni caso, Angiolino andava in Calabria e proponeva alle ragazze interessate un marito “adatto”.
Alle ragazze? No, non negli anni sessanta:

Io rispettosamente mi sono rivolto prima al padre, perché là sono loro che comandano. La ragazza era lì, accanto a noi, e mentre preparava il caffè buttava l'occhio per vederlo meglio di sottecchi, perché sono gelosi, prima il padre, poi il marito, insomma le donne sono condannate a soffrire della gelosia del maschio.”

In seguito a questa condanna, le donne non possono intraprendere nessuna azione nata dalla propria iniziativa, nemmeno, per dire, raccontare la propria triste storia e, con essa, il destino di tante altre donne costrette a partire per aiutare la famiglia togliendole una bocca da sfamare; ed è senz'altro per questo che in questo libro che vorrebbe parlare di donne e di “emigrazione individuale femminile” hanno voce in capitolo solo uomini, perché se non è il padre è il marito e se non è il marito è il figlio.

Ad esempio già nella prima parte del libro, una sorta di introduzione ai fatti che riguardano Luigino, facciamo la conoscenza di Dora, la sua vera mamma. Era rimasta incinta a diciassette anni, ma la maga non era riuscita a procurarle l'aborto con le pozioni e lei comunque non voleva ammazzare nessuno, nemmeno sua madre voleva ammazzare nessuno, suo padre avrebbe ammazzato anche lei, ma si è limitato (forse) ad organizzarne l'allontanamento. Dora era rimasta nascosta sino al parto, non le era stato permesso di vedere suo figlio nemmeno per mezzo secondo, aveva saputo solo che era un maschio e perciò aveva chiesto che almeno venisse chiamato Luigi. Dora subisce tutto questo in parziale silenzio, e solo una volta le scappa una parolaccia fuori luogo, in una specie di indiretto libero mentre saliva a piedi verso il santuario e sperava che passasse qualcuno a cui chiedere un passaggio: “Non passa nessuno, non passa un cazzo di nessuno con questo freddo, e Dora continua a salire da sola.” Nella prima parte del libro si parla di Dora, ma sono quattro capitoli scritti in terza persona, in cui il suo nome viene ripetuto quasi a ogni capoverso, come per farci credere che il personaggio femminile abbia la sua importanza al pari di Luigi e Angiolino, che invece si alternano nel racconto da pagina 23 a pagina 136 (di 208).

A pagina 137 torna Dora, ed è già un bene che non sia morta; siamo ormai nella quinta parte del libro, e in tre capitoli in prima persona (finalmente), al presente, ci descrive il suo incontro con Luigi, a cui racconta la sua storia, la sua vita, la vita nelle Langhe, i pensieri, i ricordi soffocati in quegli anni, le domande, eccetera; qui si scopre che il titolo del libro è una frase riferita a lei, bene, ma pronunciata da un uomo, suo marito; a questo punto comunque è chiaro che la storia del libro non è una storia di donne come si credeva, bensì una storia di uomini, e Dora è un semplice retroscena. Il tenore delle sue considerazioni è questo:

Non sta a me valutare se è meglio o peggio, non si butta via la comodità, il benessere, non si recrimina sulle possibilità che hanno avuto i nostri figli, ma un po' della semplicità di una volta, quella sì che la rimpiango, mi manca l'ignoranza dei contadini, la felicità a basso costo di chi era destinato alla fatica, alla rinuncia, alle privazioni.”

Questa sembra fare il paio con la riflessione-testimonianza di Luigi, sul “futuro personale” e la perdita di una “tentazione collettiva” che caratterizzava la Calabria negli anni sessanta, come dire che Dora e le altre avevano assunto il ruolo migratorio che avrebbe dovuto essere degli uomini, come dire che negli anni sessanta sono stati ribaltati i capisaldi sociali e economici eccetera, invece no: le donne non mantenevano la famiglia in Calabria, le donne non decidevano di partire, le donne non partivano in gruppi di amiche per trovare lavoro, ma venivano affidate a un uomo che se ne accollava il peso, uno sconosciuto che avrebbero chiamato marito e che da allora sarebbe stato tutta la loro famiglia. Ciononostante ancora cinquant'anni dopo gli uomini credono che quella fosse una generazione “in cui le donne restavano qui e gli uomini andavano via”. È proprio una storia dimenticata. Angiolino invece, lui sì che aveva capito la Calabria e le calabresi:

Gli uomini faticavano dall'alba al tramonto, uscivano di casa senza il sole e tornavano quando era già venuto buio, ma solo le donne conoscevano il modo di sopravvivere nel mare in tempesta. Erano loro che si occupavano delle relazioni sociali, che aprivano la casa a chi ne aveva bisogno, che tenevano viva l'attenzione sui problemi della comunità.” Angiolino scopre in Calabria “la magia della donna che fa il malocchio o che è guaritrice, o che insegna ai figli come trasformare il latte in ricotta. […] Una donna guaritrice, e chi ne aveva mai sentito parlare in Piemonte! Altro che disgrazia, la nascita di una femmina da quel momento per lui era come una benedizione.”

Ma torniamo a Luigino, il protagonista di questa “storia di donne”, che nella quarta parte del libro, per sei capitoli in prima persona, al presente, ci parla delle Langhe, dove arriva seguendo un indizio comunista che si sfalda, perché era giusto per sottolineare l'orientamento del libro, e dove perde due pagine per raccontarci che ha dimenticato il pin del suo cellulare e quali combinazioni di cifre tenta prima di ricordarselo: fortuna che il terzo tentativo è quello giusto, altrimenti gli avrebbero bloccato la sim! Siccome è chiaro che Dora era stata spedita nelle Langhe per sposarsi, ma Luigino non sa con chi, questo ritrovamento viene rimandato e nel frattempo vengono intervistate altre donne che hanno vissuto la stessa esperienza calabrotta di Dora, figlio ignaro escluso: hanno sposato uno sconosciuto, professione contadino nelle Langhe, età media cinquant'anni, differenza media d'età tra i due sposi vent'anni. Una di loro in particolare riassume il tutto così:

E a voi vi sembra pure normale tutta 'sta confusione, tutta questa fatica, questa energia che sprecate per cercare l'amore vero, assoluto, per poi accontentarvi degli scarti degli altri inseguendo i debiti, le rate del mutuo di una casa che non è più la vostra, gli alimenti per i figli che non vi vedono mai. Io ho amato un solo uomo. E forse nemmeno quello, che a mio marito l'ho rispettato e gli sono rimasta fedele, ma l'amore, quello delle lacrime e dei batticuori, quello dei film e delle canzoni, da qui non è passato mai.”

Mi ha ricordato quest'altra frase, pronunciata dall'infermiera al protagonista del film La finestra sul cortile di Hitchcock:
"Ai miei tempi, ci si incontrava, ci si piaceva, ci si sposava. Ora, a forza di leggere libri, scervellarsi con parole difficili, psicanalizzarsi a vicenda, non si capisce più la differenza tra una pomiciata e un esame universitario".


Altro personaggio di cui Luigino ci racconta il destino è la Langa piemontese, sfruttata e messa in vendita, e ci parla pure di Eataly e di Slow Food così gli fa pubblicità e contemporaneamente chiarisce chi è questo Carlo Petrini che ha scritto la prefazione al libro, prefazione che da sola riassume e sostituisce tutto il senso del libro e che, forse, mi aveva anche un po' illuso sui contenuti. Carlo Petrini è il creatore di Slow Food.
Ma questo è un libro che parla di donne. Una di queste è Elisa, una tipa con cui Luigi ha una storia molto free, del tipo ognuno a casa sua, se c'abbiamo tempo ci vediamo sennò è lo stesso, entrambi sono d'accordo su questo punto, anzi sembrerebbe un'idea di Elisa che secondo Luigi “preferisce l'incerto. Le mie assenze, una viletta in affitto, l'impegno precario di un agriturismo”, eppure con l'inizio del trauma di Luigino lei, materna, si propone di raggiungerlo al suo paese. La risposta di Luigi è “preferisco di no”, una risposta che lui stesso definisce “in linea con quello che è sempre stato, ma non proprio con quello che sento”. Quindi pure lui è incerto. Elisa onnipresente lo sprona e lo segue nelle Langhe, mentre lui, mammone, si crogiola al pensiero di quanto è bello sapere di avere questa donna nella sua vita e bla bla. A pagina 191 ho saltato tutto il vaneggio sdolcinato su quest'amore che tanto gli riempie la vita e che è una benedizione eccetera. Fortunatamente Elisa non parla mai, né in prima né per interposta persona, altrimenti avrei lanciato il libro dalla finestra. Fatto sta che vanno entrambi nelle Langhe, dove poi arriva anche l'altra donna della sua vita, la “sorella”/cugina Rosaria, forse il personaggio più simpatico pur nella sua invadenza, che non vede l'ora di svelare il mistero della mamma scomparsa del suo fratellone. Ma questo non è un giallo.
E siccome è stata promessa una storia di donne, la carrellata di femmine continua, e in ulteriori due capitoli in terza persona, nella sesta parte del libro, incontriamo l'altra Dora, figlia della figlia di Dora calabrese, una Dora piemontese che ci viene presentata nel bel mezzo delle sue proteste No Tav in val di Susa, così si fa pubblicità anche a quelle. Non ho colto il collegamento alla storia di nonna Dora, a parte il legame di sangue, comunque Dorina viene arrestata e ferita a una mammella, poi liberata. Non ho capito nemmeno perché ci siamo dovuti sorbire i suoi pensieri sulla sua vita sino ad oggi, e in particolare la storia con Matteo il nuotatore, né ho capito quand'è che lui l'ha tradita:

Pure lui garantiva amore eterno, ma poi prima dei campionati italiani cominciò a essere nervoso e ad accennare a un senso di crisi e lei capì che doveva lasciarlo andare anche se ne avvertiva fisicamente la mancanza.” Matteo partecipa alle gare, vince, e Dora guarda le premiazioni in tv: “Ne fu eccitata e commossa, ma un istante dopo, seguendo le cronache, ebbe dinanzi agli occhi l'immagine di un'altra donna al fianco di Matteo. Una nuotatrice dalle larghe spalle… per la prima volta sentì avvampare la gelosia dentro di sé e la conobbe: il respiro che le mancava, lo stomaco in subbuglio, la mente con il pensiero fisso su dove fosse lui, con chi fosse, cosa facesse in quel momento. La delusione e il tradimento misero la parola fine all'attesa; nei mesi a venire rifiutò i momenti d'indugio di Matteo, quando lui dopo qualche tempo la cercò dubbioso.”

Di questo passaggio non ho capito:
  • il senso dei tre puntini di sospensione
  • la frase “sentì avvampare la gelosia e la conobbe”
  • cosa hanno fatto Matteo e la nuotatrice al suo fianco durante le premiazioni tanto da far “avvampare la gelosia” a Dora
  • perché Dora sente la delusione e il tradimento se, poco sopra, parlava di senso di crisi e di lasciar andare Matteo
  • quand'è che hanno parlato di rimettersi insieme dopo la fine del campionato
  • la frase “rifiutò i momenti di indugio di Matteo”.

Nella penultima parte del libro torna Luigino, che sfoggia qui il passato remoto, per riassumere in prima persona quanto accaduto a lui in tutto il libro e condurci fino alla rimpatriata a mare, in Calabria, con la sua nuova famiglia langarola.

Infine, colpo di scena! Nell'ultima parte, in un capitolo in prima persona, parla anche Amina, donna siriana con la stessa identica storia di nonna Dora, come dire tutto il mondo è paese, come dire la storia si ripete, come dire che in Siria sono più arretrati che in Calabria, quindi lì queste cose degli anni sessanta succedono ora. O forse con la storia di Amina si vuole solo ribadire che Riace, il paese di Luigino bello, offre accoglienza ai rifugiati, nel caso non avessimo creduto a quanto detto a pagina 57, e infatti Amina sbarca in Calabria con altri profughi proprio mentre lui e la sua famiglia allargata festeggiano a Riace in spiaggia. E vissero tutti felici e contenti.

***
In breve.
Questa è la storia di un figlio che si è scoperto abbandonato dalla madre e che decide di cercarla. Il titolo non c'entra niente col libro, perché non c'entra niente con il figlio, visto che la frase viene detta alla madre sparita da suo marito. Nella prefazione si parla del fenomeno delle donne calabresi che giungono in Piemonte per sposare i contadini, visto che le donne piemontesi preferiscono cercar lavoro in città, e si fa il confronto con i contadini abruzzesi odierni che non riescono a sposare le donne del posto, perché queste preferiscono andare altrove, e che quindi sposano ragazze rumene, ben disposte a lavorare in campagna col marito italiano, e una storia del genere l'ho sentita anche io, pare che negli anni sessanta le abruzzesi emigrassero nelle montagne venete per sposare i contadini, perché le donne del posto preferivano cercar lavoro a valle.
Poi dicono che le donne sono fissate col matrimonio e i figli. Poi dicono che le donne da sole non possono vivere, né sanno cercarsi un lavoro o una occupazione. Poi dicono che loro uomini sono più intelligenti, ma l'unica cosa che possono fare è prendere una storia di donne e trasformarla in una storia di uomini con molti personaggi donna, ma tutti tremendamente secondari. Poi si lamentano se le donne preferiscono andarsene altrove.

Un romanzo corale in cui nessuno mi spiega davvero un fenomeno che non aveva nulla a che vedere col lavoro e con l'amore di quelle donne; un fenomeno legato solo al profitto (dei ruffiani), alla proprietà (dei contadini piemontesi), all'onore (del padre di Dora) o alle tasche (delle famiglie calabresi), prima che alla voglia di fuga di quelle ragazze; un fenomeno che è solo una scusa per parlare di tutt'altro.

6 commenti:

  1. Grazie cara, leggendo una tua recensione ci si fa sempre un'idea perfetta di com'è il libro.

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    1. Bene, allora non l'ho analizzato per nulla ;)

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  2. Ti leggerò dopo aver letto il libro, che era sul mio comodino ... ma ora dove si trova? :)

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    1. Immaginavo ;) Ehm.. adesso è di nuovo sul tuo comodino.

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    2. L'ho trovato, a fine anno, e devo dire, l'ho trovato "per fortuna", perché, letto in un solo giorno, mi è piaciuto tantissimo. Come sai non concordo con te, e con la tua argomentata rece che ora ho finalmente letto, ma è giusto così, essere sempre d'accordo sarebbe di una noia mortale ;)***

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    3. Sulla noia dell'essere sempre d'accordo mi trovi d'accordo ;)***

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