sabato 22 agosto 2015

Un indovino mi disse di Tiziano Terzani.

Ho letto questo libro perché ne ho sentito parlare diverse volte, e mi sono incuriosita. Era dal 2012 che avevo segnato nella mia mente il nome di Tiziano Terzani ma, come è successo per molte altre cose del 2012, ho fatto un passo avanti nel mio proposito di leggere Un indovino mi disse solo ora, tre anni dopo, ma la durata della pausa non è stata frutto della mia segreta passione per il numero tre, visto che il tre è bello quando non lo si forza ad esistere.

Con Terzani potevo infatti avere tre problemi:
  1. uno legato al fatto che in certi ambienti, cioè fra certi lettori, è considerato imprescindibile, ma a me fa incazzare anche solo la parola “imprescindibile”, è come se mi dicessero “devi assolutamente leggerlo” senza sapermi spiegare perché;
  2. uno legato alla sua foto da vecchio santone, al titolo del libro e quindi, supponevo, all'argomento: e io davanti a magie, indovini e indovinelli ho poca pazienza, devo aspettare il momento buono per riuscire a prendere sul ridere uno che mi vuol far credere che questo libro, però, è diverso;
  3. infine un terzo problema legato alla quantità di libri scritti da Terzani, probabilmente tutti imprescindibili, ma che io non avevo voglia di leggere, anche se poi la maggior parte di quelli che consigliano di leggere l'imprescindibile Un indovino mi disse, non sa che Terzani ha avuto una vita, e scritto libri, ben prima che gli venisse in mente di raccontare di quella volta che un indovino gli disse, e semmai questo è un problema mio, che voglio sempre partire dall'inizio di una produzione, per decidere se uno scrittore è per me davvero imprescindibile – fermo restando il mio odio viscerale per la parola stessa.
Se volete un riassunto della sua vita, leggete il fumetto coi bellissimi disegni di Silvia Rocchi, edizioni Beccogiallo
E improvvisamente, nel 2015, due di questi problemi si sono risolti da sé, senza forzature.
Innanzitutto, e per motivi del tutto indipendenti dalla mia passione per la lettura, dal 2015 condivido vita e libreria con chi per la prima volta mi nominò Tiziano Terzani, possiede da sempre tutti i libri scritti da Terzani, e pure opere che parlano di Terzani scritte da altri dopo la sua morte e, cosa non da poco, non definì Un indovino mi disse “imprescindibile”, bensì “affascinante e magico”. Per fortuna perché odio quelli che dicono “imprescindibile”. Il fatto è che Terzani scrisse principalmente libri sulle guerre in Asia, perché lui di professione era un corrispondente di guerra in Asia, cioè un giornalista, non un guru.

I guru, i santoni, gli spiritati e gli ispirati mi fanno pensare a quelli che fanno il lavaggio del cervello, mentre “affascinante e magico” mi fa pensare a un viaggio bellissimo e coinvolgente, e comunque io una possibilità la do a tutti quelli che scrivono in perfetto italiano, anche a quelli che subiscono influssi tedeschi nella sintassi, se questi sono ben acclimatati nel testo, come succede in Terzani, che oltretutto offre agli itanglesi riuniti un bellissimo “saccopelisti” che mi rimarrà per sempre nel cuore. Se poi aggiungiamo che il 2015 è l'anno in cui ho iniziato a fare yoga (del tutto casualmente e in maniera molto libera, grazie a un bellissimo corso online), la congiuntura che mi ha portata a servirmi dalla mensola riservata ai libri di Terzani partendo proprio da Un indovino mi disse era pressoché perfetta. E comunque sin dall'inizio il libro mi è apparso molto pratico, allo stesso tempo poetico, e a me noto:
Appena si decide di farne a meno, ci si accorge di come gli aerei ci impongono la loro limitata percezione dell'esistenza; di come, essendo una comoda scorciatoia di distanze, finiscono per scorciare tutto: anche la comprensione del mondo. Si lascia Roma al tramonto, si cena, si dorme un po' e all'alba si è già in India. Ma un paese è anche tutta una sua diversità e uno deve pur avere il tempo di prepararsi all'incontro, deve pur fare fatica per godere della conquista. Tutto è diventato così facile che oggi non si trova più piacere per nulla. […] Raggiunti in aereo, senza il minimo sforzo nell'avvicinarli, tutti i posti diventano simili: semplici mete separate fra di loro solo da qualche ora di volo. Le frontiere, in realtà segnate dalla natura e dalla storia e radicate nella coscienza dei popoli che ci vivono dentro, perdono valore, diventano inesistenti per chi arriva e parte dalle bolle di aria condizionata degli aeroporti, dove il 'confine' è un poliziotto davanti allo schermo di un computer, dove l'impatto con il nuovo è quello con il nastro che distribuisce i bagagli […] Gli aeroporti, falsi come i messaggi pubblicitari, isole di relativa perfezione anche nello sfacelo dei paesi in cui si trovano, si assomigliano ormai tutti.” (pag. 13)

Se per me infatti il 2005 è stato l'anno in cui ho dichiarato ufficialmente di odiare gli aerei (o era il 2006), pur continuando a prenderli, il 2015 è stato l'anno in cui ho organizzato la mia nuova vita sedentaria e ho programmato vacanze in macchina, in treno o in nave. Basta aerei (almeno nelle intenzioni a breve termine). Ma non è questo il motivo per cui io, esattamente vent'anni dopo la pubblicazione di questo libro, ritrovo in Terzani i miei pensieri. Negli ultimi tre anni infatti ho avuto a che fare con la feccia del turismo, quei malati di low cost che approdano in paesi e città sconosciute solo perché c'è lo sconto, e non perché hanno davvero voglia di conoscere il paese straniero o la città lontana da casa. Persone ignoranti che rimangono tali, maleducate e irrispettose perché tanto non sono a casa loro, scimmie urlanti con cellulari di ultima generazione al posto delle mani e anche al posto del cervello, zombie che tornano a casa senza sapere nemmeno un decimo della storia di quel palazzo che hanno fotografato solo perché lo fotografavano anche gli altri turisti, che si vantano con tutti di aver bevuto il miglior cappuccino del mondo da starbucks, che si lamentano perché il mcdonald non aveva il loro menù preferito e ne hanno dovuto prendere uno più piccante, che dicono che una città è bellissima solo se c'era bel tempo, che passano da una bellezza da visitare all'altra solo per mettere la spunta sulla guida comprata all'edicola dietro casa, che è occupata per il 90% da liste di alberghi, ristoranti, centri benessere, eventi divisi per mese, e per un dieci per cento dalla storia del posto in forma di cronologia (e chi cazzo vuoi che la legga una pagina che puzza di libro di scuola?).
Terzani ha descritto tutto in maniera più elegante e io lo ringrazio. E dice ancora:
Che brutta invenzione il turismo! Una delle industrie più malefiche! Ha ridotto il mondo a un enorme giardino d'infanzia, a una Disneyland senza confini. Presto […] sbarcheranno a migliaia questi nuovi invasori, soldati dell'impero dei consumi e, con le loro macchine fotografiche, le loro implacabili videocamere, gratteranno via quell'ultima naturale magia che lì è ancora ovunque.” (pag. 31)

È il 1976 quando un indovino di Hong Kong dice a Terzani che nel 1993 avrebbe rischiato la vita se fosse salito su un aereo e gli consigliava pertanto di evitarli. In quanto corrispondente di guerra dall'Asia, Terzani non poteva certo permettersi di viaggiare in corriera, eppure 17 anni dopo, alla vigilia del 1993, gli torna in mente ciò che aveva detto l'indovino e, scherza scherza, decide di seguire il consiglio, non per paura di morire perché credeva che la profezia fosse vera, ma perché a quel punto della sua vita, dopo decenni di viaggi e ancora nel bel mezzo della sua attività di giornalista, gli sembrò una bella scusa per regalarsi una novità, o un'opportunità se vogliamo, per affrontare una sfida bella e buona, ossia quella di continuare a fare il suo lavoro in Asia senza prendere mai un aereo, ma spostandosi via terra e via mare come meglio fosse riuscito, e la cosa non gli sarà sempre facile, in un continente in guerra!
Con l'adeguarmi alla profezia e il dar retta all'indovino non volando, avevo voluto aggiungere un po' di poesia alla mia vita, non un'altra ragione per disperarmi.” (pag. 141)

Terzani quindi non era un santone che ha visto la luce. Era un giornalista e questo può essere considerato il diario del suo 1993, ma anche un reportage sull'Asia nel 1993, confrontata con l'Asia dei suoi esordi come corrispondente, più pura, più autentica, più lenta, mentre ora era sempre più veloce e pericolosamente simile all'occidente:
Oggi un paese al bivio fra la modernizzazione-distruzione e un isolamento che conservi la sua identità è in realtà senza scelta: gli altri hanno già scelto per lui. Gli uomini d'affari, i banchieri, gli esperti delle organizzazioni internazionali, i funzionari dell'ONU e quelli dei governi di mezzo mondo sono ormai tutti convinti profeti dello 'sviluppo' ad ogni costo […], per salvarlo ad ogni costo, i nuovi missionari del materialismo e del benessere economico lo stanno distruggendo.” (pag. 29)

E le stesse cose si potrebbero dire anche per l'occidente che, a un livello forse più avanzato, sta subendo la stessa (ennesima) trasformazione:
Oggi le alternative di ciascuno sono molte di più, la mobilità sociale ha aperto a tutti la possibilità di aspirare a qualsiasi cosa, ma con ciò nessuno è più 'predestinato' a nulla. È forse per questo che la gente è sempre più disorientata e incerta sul senso della propria vita.” (pag. 78)

Io ricordo bene quel destino ineluttabile che mi soffocava da piccola, dal quale volevo fuggire, il solco già tracciato di cui tante volte ho parlato anche in questo blog, e il terreno fertile in cui volevo tracciare il mio, di solco, o il sentiero selvaggio in cui volevo compiere il mio cammino eccetera. Ma adesso cosa ho? L'impressione che all'improvviso sia stata data (non solo a me, ma a tutti proprio a tutti) la possibilità di tracciare in proprio il cammino, la possibilità di sganciarsi dall'ammiraglia per navigare nelle proprie acque, la disponibilità di vastissime distese d'acqua, di tutti i tipi, tra cui scegliere, e l'impellenza di sceglierla subito, cosa che non avviene mai, perché la scelta è troppo vasta, e mancano gli strumenti per affinarla. Se un tempo il percorso in sé, da soli contro il parere della società tutta, era la parte difficile, mentre la scelta era semplice, bastava scegliere “l'altro”, era zuppa o pan bagnato o poco più, oggi io non so che pesci pigliare, e pur non volendo tornare indietro a quei percorsi già tracciati, anzi proprio perché non voglio tornare indietro, mi chiedo quale avrebbe potuto essere la via di mezzo tra il non avere possibilità di scelta e l'averne molte, perché non può essere semplicemente averne alcune. Ma state tranquilli, questo libro non da le risposte, facilita solo le domande.

In Asia nel 1993 c'era però ancora chi si rendeva più facile la convivenza col destino:
Anche i birmani, come i Thai, credono che il fato non sia ineluttabile e che la predizione di una disgrazia permetta a chi dovrebbe esserne colpito di evitarla: non solo con l'acquisto di meriti, ma anche facendo accadere qualcosa che è, in apparenza, simile alla disgrazia prevista e che perciò soddisfa – diciamo così – le esigenze del destino.” (pag. 73-74)

Strano, ma era proprio così, e pensai che in fondo era sempre così: il fatto che uno ha degli obblighi, che deve organizzare qualcosa, fa sì che le emozioni vengano messe da parte, controllate. La necessità di essere pratici impedisce di venir travolti da quel che si prova. Per questo i tanti riti attorno alla morte. Il dolore di aver perso una persona cara sarebbe insopportabile se uno non avesse da pensare al funerale, a come vestirsi, a quale musica far suonare. Ogni popolo ha elaborato le sue forme di distrazione. I cinesi, praticissimi e materialistici, sono arrivati a togliere al dolore il massimo di sentimentalità: i loro funerali finiscono sempre in grandi banchetti!” (pag. 140)


Terzani viaggia per lavoro in diversi paesi asiatici, vive in Asia stabilmente con tutta la famiglia ormai da vent'anni e torna in Italia (era di Firenze) solo per le vacanze. Racconta in questo libro la sua passione per l'Asia, le diverse culture che ammira e apprezza oltre ai difetti, ma conserva le sue idee, il suo scetticismo occidentale. Mi piace perché affronta la profezia con curiosità, come motivo di imparare, di crescere, per tutto il 1993 continua a far visita a chiromanti, maghi e santoni in ogni città in cui arriva, per gioco, per vedere se son tutti d'accordo sulla profezia o sulla sua vita, “perché se quella era la prova che tutto era scritto, la vita allora non aveva più alcun senso! Vivere non serviva a nulla!” (pag. 141)

In Italia (ma forse in tutto l'occidente), chiromanti e maghi sono collegati alle truffe più disparate: da un lato c'è chi vede la previsione del futuro solo come una possibilità di raggirare gli sprovveduti, gli ignoranti, i poveri di spirito, dall'altra qualcuno che ci crede ci deve pur essere, se è disposto a pagare per farsi predire il futuro. O forse sono tutti solo dei disperati? Solo a Bologna mi è capitato di conoscere persone che andavano regolarmente dalla maga a farsi leggere il futuro, non ricordo più se sulle carte o sulla mano, persone insospettabili come ne incontrò anche Terzani: “Telefonai alla moglie malese di un alto funzionario che conoscevo da anni e che si era offerta di aiutarmi durante il mio soggiorno. Le dissi che il primo ministro l'avevo già visto e che volevo vedere un indovino. 'Un indovino? Certo. Io vado a volte da un'indiana...' disse quella: anche lei 'un'insospettabile'.” (pag. 162)

La cultura della profezia è però in Asia molto ma molto più diffusa, i maghi sono tantissimi, mentre a noi è rimasto solo l'oroscopo; come fa Terzani dopo ogni seduta da un indovino, anche chi legge l'oroscopo non fa altro che raccontarsi la realtà in modo che combaci con la predizione della settimana, con la descrizione del segno zodiacale, ma le differenze culturali con l'Asia rimangono:
In occidente quella sarebbe la Caverna dei Martiri, ogni anno ci sarebbero cerimonie di rimembranza. La storia della caverna sarebbe una di quelle che si insegnano a scuola. Per i laotiani non è così. Per loro la storia non ha questo senso e in quella buca non ci sono i resti dei loro familiari, ma solo dei fantasmi che hanno impregnato le mura di grida, di sofferenza, di orrore da cui devono semplicemente stare lontani.” (pag. 39-40)

Quel che mi è sempre piaciuto del buddhismo è la sua tolleranza, l'assenza del peccato, la mancanza di quel peso sordo che noi occidentali, invece, ci portiamo sempre dietro e che è in fondo la colla della nostra civiltà: il senso di colpa.” (pag. 423)

Terzani nota che i vari indovini che incontra gli comunicano previsioni di volta in volta incentrate sulla cultura del paese in cui si trovano: evitare di mangiare carne di cane per scacciare la sfortuna, nei paesi in cui si mangia carne di cane; un futuro tetrissimo con "solo" tre mogli, nei paesi in cui la poligamia è segno di benessere; il fatto che non diventerà mai ricco o che non potrà mai essere capo di governo e così via a seconda che queste siano considerate mete appetibili (e possibili) oppure no, ma che lo lasciano indifferente.
Le differenze con l'Asia però si stavano assottigliando già nel 1993:
Anche quella fu un'esperienza: le case erano più o meno identiche, moderne e pacchiane, senza carattere, senza stile e con nessuna tradizione; solo piene di gadget elettronici e soprammobili comprati a Londra e a New York.” (pag. 159)

I mongoli del 1921 credevano e vivevano di questo. […] Ora non più. La modernità ha spazzato via quell'universo di fede, ha 'liberato' i mongoli dalla schiavitù delle loro leggende e dei loro lama, ma al tempo stesso ha svuotato i loro templi, tolto ogni senso alle loro cerimonie e con ciò impoverito le loro vite.” (pag. 348)

Un indovino mi disse, insomma, non è un libro su una conversione, sulla luce alla fine del tunnel di frenetica modernità in cui siamo finiti tutti noi poveri occidentali superficiali. È un libro attualissimo, una storia che si ripete, che all'epoca in cui Terzani ne vedeva i primi effetti in Asia si era già verificata in Europa, che si verifica ancora oggi a un livello superiore in entrambi i continenti, dove la purezza, le tradizioni, la credulità e semplicità dei popoli stanno lasciando il posto a una nuova fede. Non è nemmeno un libro sul consumismo dilagante (o contro di esso), sugli effetti deleteri della modernità. Terzani ci racconta un continente, tante culture, la storia (attualità d'allora) dell'Asia moderna, coi suoi occhi attenti di giornalista, con le sue domande precise, e grazie alle persone che incontra e con cui riesce ad interagire, e naturalmente seguendo il filo conduttore di quella profezia del 1976 (che in un certo modo si avvera) e delle conseguenti visite a indovini di tutta l'Asia. L'invidia per Terzani, che ha potuto continuare il suo lavoro (cioè avere i soldi necessari) per fare questa bellissima esperienza, è tanta. Un indovino mi disse raccoglie esperienze e ricordi di tutta una vita (o quasi) passata in Asia, che Terzani aveva raccontato anche nei suoi libri precedenti. Non contenta, e sapendo che Terzani è morto, ho anche guardato il dvd della sua ultima intervista, in cui appare davvero come un santone, per via di una scelta fatta nei suoi ultimi anni di vita, e ho letto il fumetto con la sua biografia, che ha dei bellissimi disegni, ma non sono sazia.

Il film di Mario Zanot, con il libretto in cui racconta come ha convinto Terzani a farsi intervistare.
Anche il mio terzo problema quindi si è risolto: voglio leggere tutti i libri di Terzani, perché non parlano di indovini e di spiritualità, ma di come andava il mondo nella mia prima infanzia e giovinezza, quando non sapevo nemmeno dove fosse il Vietnam, ad esempio, né chi fosse Lenin o se gli asiatici vanno tutti d'accordo gli uni con gli altri o si prendono in giro a vicenda. Voglio leggerli perché è su quelle esperienze che si sono potute inserire una profezia e la decisione di prenderla sul serio, di cambiare modo di muoversi per un anno. E a me i percorsi piacciono ancora. Non considero Terzani un autore “imprescindibile”, ma mi ritrovo nel suo viaggiare, nel suo voler vedere il mondo per imparare da esso, e questo mi basta.

Un indovino mi disse è un libro che non ti apre gli occhi, ma i polmoni, e la mia frase preferita è questa:
La pensione è bella per quelli che hanno da andare a dipingere, a pescare, a scalare le montagne o devono scrivere romanzi. Per me questo andare avanti con l'età significa solo diventare più franco e disinvolto, poter dire sempre di più quel che penso, occuparmi di quel che credo sia importante, anche se non pare così agli altri. Ora si può finalmente essere liberi come da giovani non è permesso essere. Ora si può vivere fuori degli schemi, fuori delle regole che mantengono la società. È solo alla mia età che ci si può permettere la pazzia di essere presi per pazzi. Non ho forse già cominciato? Eccomi qua davanti a un indovino! A trent'anni non l'avrei mai fatto!” (pag. 218)

E naturalmente vi consiglio di leggerlo.

9 commenti:

  1. Oh, ma che recensione spettacolare! Anch'io avevo le tue stesse remore su Terzani, e ora so bene che lui non c'entra niente e che le cose che scriveva erano ben altre. Però sono ancora un po' legata all'immagine dei suoi libri nelle case di gente che li considerava "imprescindibili", e così non sono mai più riuscita a leggerli. Forse quando li vedrò a casa vostra cambierò idea :-)

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    1. Grazie. Purtroppo ci sono persone che perdono il contatto con la realtà, sorridono in astratto e usano per convincere tutti parole che suonano come profezie di morte se non fai come loro. A casa nostra lo vedrai in mezzo a noir di Carlotto e thriller in tedesco, perché bisogna unire l'utile al dilettevole ;)

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  2. Mi fa piacere averti aperto la strada a questo autore impre ... no, scherzo, i suoi libri sono impre ...
    Scherzi a parte, ritengo Terzani un mio maestro di vita, senza volerlo. Entrato nel mio mondo letterario quasi per caso, non ne è più uscito. Leggendolo bene, si può trovare quel materialismo autentico, che contiene dentro una certa dose di spiritualità (sembra incredibile, ma è così). Mi sono dato il tempo di leggerti tutta, ora, e trovo che hai colto bene la sua essenza. Credo tu sia più terzaniana di me, alla fine dei conti (conoscendo i suoi libri e te, lo dico a ragion veduta). Brava.

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    1. Materialismo e spiritualità, hai detto bene, e perciò mi piace. Grazie a te.
      Ora proseguo la lettura di Pelle di Leopardo, a dopo
      Elle, il tuo Spirito terzaniano ;)*

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  3. Risposte
    1. Eccolo! I tuoi commenti, non so perché, mi finiscono nello spam di gmail, perciò se non entro nella bacheca di blogger (che invece li riceve normalmente), non li posso approvare, perché la notifica via mail non giunge. Ma io lo so e ogni tanto vado a controllare.

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    2. Ah, ecco! Io invece ho la procedura inversa, vedo i commenti nella bacheca di blogger e solo quando li approvo li ricevo su gmail :-O

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  4. (Anche i miei commenti spariscono ma è colpa mia: se leggo e commento da smartphone, come faccio di solito, il commento non viene pubblicato. Non è una gran perdita, ad ogni modo...)

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    1. (Quello succede anche a me, e ho sempre l'impressione che fossero i miei commenti più lunghi e intelligenti ahaha).

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Buona permanenza nella Casa nella Palude
Elle, il vostro spirito di fiducia.

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