giovedì 12 novembre 2015

Viaggio in Sardegna: cosa mangiare e dove.

La Sardegna è famosa per le sue spiagge, il suo cibo, i sardi.
Le spiagge purtroppo per voi non sono quello che sembrano: bancarelle di souvenir gratuiti da cui prendere impunemente sabbia e conchigliette. Quando vi beccano all'aeroporto o al porto son cazzi, è prevista anche la galera (guardate qui).
I sardi invece son difficili da inquadrare, anche se tutti se ne fanno un'idea, io ad esempio sto leggendo un libro sulla storia della Sardegna che mi sta dando molti spunti di riflessione sul perché i sardi son famosi per farsi rubare l'isola da sotto il culo.
Il cibo, alla fin fine, è la cosa più particolare delle tre. I piatti tipici sardi sono semplici, con pochi ingredienti e poche fasi di preparazione, almeno rispetto a piatti tradizionali di altre regioni di cui ho sentito che vanno preparati dal giorno prima. Altra cosa particolare del cibo in Sardegna è che è possibile mangiarlo un po' ovunque ancora oggi, preparato più o meno bene a seconda del cuoco che vi capita, ma comunque tale e quale a ciò che dice la tradizione. Da altre parti mi è capitato di sentire ad ogni portata, e a volte e mo' di scusa o di vanto. “è un piatto tipico della cucina povera”, oppure “è un piatto tipico ma attualizzato, perché certi ingredienti per noi oggi sono quasi scarti, la gente non li mangia più”.
Mi sono fatta l'idea, negli anni, che la tradizione sia tutta da recuperare prima che i nonni muoiano, ma in Sardegna l'impressione è che, nonostante i vol-au-vent, la nouvelle cuisine, i finger food, le torte salate, le zuppe vegane, i prodotti bio e il chilometro zero di volta in volta di moda, ancora oggi mangiare piatti tipici sia del tutto normale, l'ho pensato perché il massimo che si ottiene da chi te li offre, è che ti dica cosa c'è dentro e come si chiama e cosa sarebbe in italiano, senza aggiungere aggettivi e punti di vista.
Ma forse questa sobrietà dipende da quelli del punto due: i sardi.

Poteva l'Ichnusa non fare la radler? Naa.


Veniamo al menù di oggi.
Io e Alli siamo andati in Sardegna per tre motivi: il mare, il cibo e il vino cannonau.
Lascio il mare a Alli, io vivo bene anche senza, e mi concentro sul cibo, con una piccola parentesi sul vino.

E va bene, parentesi anche sul cappuccino: in Sardegna c'è ancora qualcuno che lo sa fare bene, con solo caffè e schiuma di latte, senza cannella, senza zenzero, senza fettina d'arancia.

Dovete sapere che in Sardegna, su ogni menù ci sono tre diciture: menù di mare, menù di terra, menù pizza. Li chiamano proprio così: terra e mare. Alli ha notato che c'è sempre questa distinzione, come se fosse unica nel genere, ma una volta tornati ci è stato chiaro che non è la distinzione in sé a fare la differenza (ci sono menù misti ma anche menù divisi tra terra e mare e pizza anche in altre città d'Italia e del mondo), quanto i termini usati: non carne e pesce, ma terra e mare. La pizza invece si chiama pizza anche in Sardegna.

Lascio a Alli il mare e anche il pesce: io sono uno Spirito di terra.

Qui di seguito, quindi, vi propongo tre menù sardi, preceduti dall'aperitivo, usanza che da anni ha contagiato anche l'isola di Sardegna. Per mangiare ci sposteremo a sud, nella provincia di Cagliari. Seguitemi.

Aperitivo
Per il nostro tour della provincia, non potevamo che partire dal capoluogo, la bellissima Cagliari. Si affaccia sul mare ma, come ha notato l'Alligatore, non sembra affatto una città di mare. Il mare è una striscia di marciapiede sul porto, o una striscia di sabbia al Poetto, la spiaggia cittadina, ma nell'insieme le persone e le cose non sembrano tipiche di una città di mare, qualunque cosa voglia dire. Conviene anche lui però che, vista dal porto, arroccata com'è sui suoi colli, Cagliari assomiglia un po' a Genova, e forse per questo alla fine si è convinto a vederla anche come una città di mare, ma più che altro lui voleva andare al cinema. Resta il fatto che non puzza.

Cagliari vista dall'alto del bastione.
Il Poetto, la spiaggia di Cagliari; sullo sfondo la Sella del diavolo. Sembrerebbe... incontaminata.

Nel consigliarvi una visita alla città, vi conduco con me non lontano dal porto, dalla stazione, dall'autostazione e da due grandi parcheggi, su in alto per largo Carlo Felice e poi a sinistra in corso Vittorio Emanuele: quasi all'inizio c'è Taccas, un localino con ingresso abbellito da vassoi di stuzzichini e bicchieri di vino, assaggi di quello che vi aspetta dentro. Uno dei giovani proprietari, almeno con la bella e bassa stagione, sta vicino alla porta e vi saluta, vi chiede se conoscete il locale e se volete che ve lo presenti. Se accettate inizia a raccontarvi che Taccas significa “impronte”, che loro usano solo ingredienti locali, fanno tutto a mano e la qualità è sempre alta. Vi elenca le proposte del giorno, che vi avevano già richiamato dalla lavagnetta, e siccome sono le sette di sera, si tratta di aperitivi: tagliere di salumi e bicchiere di vino.
Una volta dentro, se volete vi racconterà dei vini sardi, bianchi o rossi. È da lui che abbiamo scoperto che il famoso Cannonau in realtà non è un vino, ma un vitigno da cui si fanno diversi vini, simili ma diversi, ad esempio cambia la gradazione. Che la gradazione è comunque alta, perché è determinata dal sole e dal calore, che in Sardegna sono più forti rispetto ad altre zone d'Italia (la palude ad esempio), Alli lo sapeva già, ma l'ha poi sperimentato personalmente bevendo con gusto Cannonau in ogni dove. Da Taccas ha provato il Nepente da 15 gradi. Se invece dovete guidare, state tranquilli: il proprietario non si cruccia di dovervi portare una bottiglia d'acqua.



Mentre aspettate le prossime ferie in Sardegna: Taccas c'è anche a Milano, in via Tadino 4, altrimenti lo trovate a Cagliari in corso Vittorio Emanuele 22.

Menù Pizza

Per la pizza vi portiamo a Sant'Antioco, che amministrativamente è oggi nella nuova provincia di Carbonia-Iglesias, ma un tempo era in provincia di Cagliari, mentre la regione in cui si trova è il famoso Sulcis delle miniere. Si trova sull'isola omonima, lungo la costa sud ovest, e se il centro abitato lascia molto a desiderare, le spiagge sono stupende e si mangia la pizza più buona del mondo.
 
Mappa presa da questo sito.

La pizzeria, per non smentire l'impressione abbandonata (e per niente turistica, ma questo è un bene) che ci ha fatto il paesello è verso la periferia, in mezzo a case popolari, vicino alla zona industriale, su una strada dall'aspetto anonimo che solo la fame, o il mio consiglio più sincero, vi spingerà a percorrere a piedi. La pizzeria stessa da fuori non è molto attraente: un cubo dipinto di grigio, qualche pianta aromatica in un'aiuola, e dalla vetrata uno stanzone stile mensa universitaria. Dentro in effetti lo spazio è grande, ma l'impressione cambia e si fa berlinese: tavoli in alluminio, sedie scompagnate, un divano, quadri d'artista, lampade particolari e sopratutto, nel sotto piano e visibile dalle vetrate ai piedi della scaletta in metallo, la causa di tutto questo minimalismo: la pizzeria si accompagna alla fabbrica della birra di cui porta il nome, Rubiu. In sardo significa “rosso” e il fenicottero del logo potrebbe non essere un caso, visto che i fenicotteri rosa, in sardo campidanese, si chiamano “sa genti arrubia”.


Le birre sono cinque, ognuna per un'occasione diversa, i gusti sono spiegati sia sul menù sia sulla tovaglietta di carta, noi non abbiamo chiesto niente, e i ragazzi che ci hanno servito non son stati lì a scusarsi o a vantarsi delle loro birre artigianali. Sul menù oltre alla pizza ci sono anche taglieri di salumi o di formaggi (ecco, un'altra cosa che in Sardegna è spesso nettamente divisa sono i salumi e i formaggi) o cestini di pane aromatizzato con diverse erbe e spezie, pane campidanese (la regione di Cagliari) ma anche carasau (tipico invece della Barbagia). 

Pizza "Nebida": mozzarella, melanzane, pomodoro fresco,
ricotta di pecora salata, rucola, con impasto tradizionale.
 
Pizza "Cala Domestica": salsa di pomodoro, mozzarella,
cipolle, pecorino dolce, zucchine, con impasto tradizionale.

Ma il piatto forte sono le pizze, e anche queste gravitano attorno al mondo bio, artigianale e ai sapori particolari: impasto tradizionale, di kamut, integrale o aromatizzato al basilico o allo zafferano; condimenti abbondanti e misure extra (ma che le pizze in Sardegna sono più grandi che altrove l'avevamo già constatato). Non abituata a mangiare così tanto, già a tre quarti di pizza ero sazia, ma il dolce l'ho preso lo stesso: flan di cioccolato con gelato alla vaniglia, una goduria.


Rubiu è in via Bologna senza numero civico (non ci siamo stupiti di questo) e se non potete resistere fino alle prossime ferie in Sardegna, provate almeno a sognare sfogliando il menù online.

Menù di mare
Per il pesce andiamo a Muravera, ancora in provincia di Cagliari, ma a sud est lungo la costa. Famosa anche lei più per le sue spiagge che per il suo paese, Muravera ci ha fatto un'impressione completamente diversa da Sant'Antioco: viva, colorata, sorridente. C'erano ancora turisti tedeschi, il 99% dei quali faceva bici-turismo: l'Alligatore ha constatato che quando la massa di turisti (aggressivi e ossessionati dal mare, aggiungo io) è tornata in ufficio, girare la Sardegna in bici è l'ideale, perché le piste ciclabili vere e proprie sono poche e i percorsi comprendono le strade secondarie, strette ma finalmente libere. Abbiamo visto intere famiglie o gruppi pedalare sotto il sole sardo! Altra sorpresa di Muravera i bellissimi murales, alcuni molto recenti. Infine tanti negozietti di artigianato tipico: dai cestini intrecciati, alla ceramica con la gallinella sarda (forse un residuo di un simbolo pagano, immagino leggendo il mio libro di storia della Sardegna), dal sughero modellato in ogni forma (pure le cartoline, che abbiamo spedito con francobollo ordinario e sono arrivate prima delle altre) ai gioielli in filigrana, ma anche nuovo artigianato spiritoso e moderno (ad esempio Is femmineddas, cioè “le donnine”, di cui abbiamo comprato due simpatiche calamite da regalare).

Mappa presa da questo sito.

La mano che accarezza il cane è mia, il murales è di Antonello Romano e Maurizio Viola (2003).

Tutto è tipico, anche la birra e l'acqua.

A Muravera abbiamo visto anche diversi cartelli di ittiturismo, cioè posti dove si mangia il pesce appena pescato, supponiamo molto spartani, ma noi abbiamo preferito restare in albergo: demodè nell'arredamento ma molto giovane nella gestione, ha il ristorante annesso e questo è aperto anche agli esterni e, a giudicare dall'affluenza di indigeni, è anche molto conosciuto e apprezzato (e non era l'unico aperto in quei giorni, il paese era vivo anche in bassa stagione). Al Green Gallery Hotel abbiamo mangiato pesce, antipasto più secondo, per non esagerare, visto che ovunque in Sardegna le porzioni sono enormi.


La zuppa di cozze era adagiata su una fetta di pane carasau che ha assorbito tutto il sughetto, e anche se a me le cozze non piacciono ho fatto la scarpetta nel piatto di Alli, tant'era buono il sughetto, e lui non mi ha sgridata ma continuava a dire “mm buonissime, mm grandissime”. Le cozze infatti erano enormi e formavano una montagna sul piatto che non si sapeva quale prendere per non farla crollare tutta. Il mio antipasto era una semplice insalata di frutti di mare, e il secondo non l'abbiamo neppure fotografato, pensando che fosse una semplice frittura di pesce (totani, seppie e animali simili in pastella) invece era una frittura di pesce buonissima, per niente unta né troppo salata, bella croccante.

Primo di mare tipico: fregola (palline di semola) con arselle. L'abbiamo mangiata in un posto che però non vi consigliamo.

Alli non si è negato il dolce, perché voleva assaggiare la famosa seadas o sebadas (ogni persona con cui abbiamo parlato dell'intenzione di mangiare mangiare mangiare in Sardegna ce la consigliava): è un disco di formaggio tipo caciotta o scamorza dolce, racchiuso in una specie di raviolo gigante, viene fritta e poi servita col miele (dolce o amaro). A me non piace né il formaggio cotto né il miele, ma Alli avrebbe fatto volentieri il bis, se non fosse stata enorme anche quella.


Se vi ho convinti: il Green Gallery Hotel è in piazza della Libertà 3 a Muravera (che indirizzo, eh?).

Menù di terra
 
Per il menù di terra che voglio consigliarvi, potete trovarvi dove volete in Sardegna, non importa, perché sarà lui a venire da voi, o meglio la cuoca. Io e Alli ci siamo infatti affidati a Giovanna, meglio conosciuta come Semolagrossa, che ha sede in provincia di Cagliari, ma siccome è una cuoca a domicilio vi raggiungerà ovunque. È specializzata in menù tipici campidanesi, sia con ricette tradizionali, sia con ingredienti tipici rivisitati per andare incontro a tutti: stuzzichini da buffet, ricette italiane o etniche, specialità vegane, vegetariane, anallergiche eccetera: chiedete e vi sarà dato. Giovanna cucina nella sua cucina e poi consegna nella vostra sala da pranzo, oppure cucina da voi e voi mangiate e lavate i piatti, oppure vi consegna il buffet in ufficio, oppure vi accompagna a fare la spesa e poi vi insegna le ricette, oppure.. Noi eravamo in vacanza, quindi abbiamo scelto che facesse tutto nella sua cucina e ci portasse a casa i vassoi fumanti.

Salame di cinghiale (in basso), salame di maiale, pecorino, ricotta salata, marmellata di fichi (fuori dalla foto).
Per il nostro pranzo di terra, che abbiamo scelto in versione tradizionale, Giovanna ci ha proposto, preparato e consegnato a domicilio un antipasto di salumi e formaggi con marmellata di fichi fatta in casa; un primo di malloreddus alla campidanese, cioè gnocchetti di semola con sugo di salsiccia; come secondo il maialetto cotto allo spiedo con le foglie di mirto; idem per la salsiccia, che in Campidano aromatizzano anche col finocchietto; pinzimonio di verdure; e per finire un vassoio di dolci, tra cui i più buoni, abbiamo scoperto, si chiamano ossi di morto e sono fatti con la saba (o sapa) che è il mosto.

Malloreddus: alcuni sono verdi, sì.

Mirto e...

...maialetto arrosto.

Salsiccia arrosto.
Pinzimonio tipico sardo: carote, sedano, ravanelli.
Da ora potete dirvi vegetariani.
Da sinistra: pardule (al formaggio), amaretti, ossi di morto (in fondo), pistoccus (biscotti normali, ricoperti di glassa).

Se vi è venuta l'acquolina in bocca ricordate: Semolagrossa non è solo in Sardegna, è anche sul vostro computer, smartphone o tablet, grazie a Facebook, qui la sua pagina.

Una curiosità
Nella regione che vanta il record di ultracentenari c'è ancora molto eternit sui tetti, ma ci sono pure molti giovani che mandano avanti la baracca.






5 commenti:

  1. io conosco bene la sardegna...spiagge, città, osai, zone interne non propriamente turistiche e la cucina ed i vini. Naturalmente preferisco quella di pesce, oltre quella segnalata da te,le ottime aragoste ed i ricci di mare, di cui conservo anche un bel ricordo(si fa per dire) sotto un piede. mentre attraversavo la spiaggia di stintino per arrivare alla pelosa,ma poi mangiarli, crudi con il limone o anche nel sughetto mi li ha resi simpatici.Della Bottarga non dici nulla? amo formaggi sardi ed il il maialino, adoro il vermentino.
    I dolci non mi piacciano e neanche il pane carasau, la pizza non la mangio fuori confine napoletano, a meno che non sia focaccia. la popolazione sarda la trovo abbastanza scorbutica, sopratutto con chi non ha molti soldi.

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    1. Ho parlato solo delle cose provate, quindi niente bottarga stavolta, mentre l'aragosta non è mai stata alla portata delle mie tasche. E le cose di cui parlare sarebbero molte di più, anche fra quelle provate (ravioli, fichi d'India, orata, gatteau o come si scrive, ecc), ma mi scombinavano tutta la simmetria del testo ahahah!
      Il pane carasau lo adoro, la pizza al contrario la posso evitare senza ripensamenti.
      Quanto ai sardi che dici tu, non saprei, io le persone che hanno molti soldi, sarde o no, non le frequento da nessuna parte del mondo, ma non penso che tu abbia sperimentato una tipicità: i leccaculo e quelli con la puzza sotto il naso sono parte di ogni popolazione stratificata.

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  2. Post impeccabile, un post che avrei dovuto fare io, ma il poco tempo a disposizione e l'allontanarsi sempre di più da quei giorni di mare (eh sì, sono io l'amante del mare, anche se di origini lacustri-montane) e cannonau, mi ha impedito di farlo. Devo dire di aver apprezzato molto anche i vini bianchi, vermentino in testa, e le birre (buonissima l'Icnusa, ottima la Rubiu). Il pesce più della carne, a partire da quelle fantastiche cozze gigantesche, poi il pecorino (quando prendevamo panini, io lo chiedevo con il pecorino). Ho trovato gente simpatica e ospitale, anche con noi che non siamo ricchi. Le donne non sono basse, come vuole il luogo comune, murales in molti paesi, e sì, nota negativa a me balzata subito all'occhio, tutte quelle abitazioni con tetti di amianto (non solo baracche di campagna isolate). La regione dovrebbe approntare un piano di smaltimento totale, a spese dei produttori. Non è un problema da sottovalutare.

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    1. ahahah le donne alte, è vero! Ci vuole il post sui luoghi comuni ;)
      Quanto all'amianto, le notizie lo vogliono già nei pensieri della regione (guarda qui) ma è evidente che... i tempi sono lunghi?

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  3. Sì, nei pensieri della Regione, che parla di edifici pubblici e industriali, poi coste e per ultimi i privati. Dovrebbero fare di più, coinvolgendo i comuni. Magari, recensendo anche quell'altro libro di Carlotto, si smuoverà qualcosa ... intanto finisco quello con l'Alligatore, tra oggi e domani.

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