venerdì 8 gennaio 2016

I libri del mio 2015.

Stilando la lista dei film visti l'anno scorso (suddivisa tra bellissimi, belli, brutti ecc), e chiudendo la pagina Leggiamo di più 2015 per aprire la nuova, mi sono resa conto che non faccio mai una lista di libri dell'anno precedente suddivisa tra bellissimi, belli, e brutti. Finora avrei potuto dire che leggo troppo, e che invece la lista dei film è senz'altro più facile, ma dato che nel 2015 ho visto circa 50 film (tanti quanti i libri letti nel 2014) e che di libri ne ho letti solo 18 di più, ho pensato... sì, insomma...

Come ho detto altre volte, non mi piacciono le classifiche, e sia di libri che di film ho anche ottimi ricordi motivati dal cosiddetto “momento giusto” o pessimi ricordi motivati da errori di ortografia (libri) o dialoghi artificiosi (film). Non vuol dire che l'opera sia brutta in toto, ma allo stesso tempo sì. Possono anche essere scelte stilistiche, ma se a me non sono piaciute, non mi sento di parlar bene dell'opera.
Da quando confronto a caldo il mio parere con quello di Alli, poi, ho scoperto di essere molto molto critica, anche se lui ammette di essere “di manica larga”. Ci piace così, e nessuno dei due ha ragione, perché si tratta pur sempre di pareri personali. Il tutto si pareggia grazie alle nostre diverse passioni: lui è l'esperto di cinema, io sono l'esperta di romanzi. Per me entrambi acquistano valore in base alla storia che raccontano, a come la raccontano, agli elementi nuovi che sanno aggiungere alla stessa storia. Perché la verità è che tutte le storie sono state già raccontante, e la bravura sta nel raccontarle in maniera diversa, ben sapendo che non c'è una maniera migliore delle altre: è tutto molto soggettivo.

In generale nei romanzi non so dire cosa cerco, a parte nei gialli e thriller in cui cerco la tensione, l'indizio ben camuffato, l'assenza di sotterfugi per attirare l'attenzione del lettore (storie d'amore, riferimenti ad argomenti di moda ecc). Faccio un esempio: ho appena letto un Il giro di boa di Camilleri che nelle prime pagine nomina il G8: pur essendo il primo libro che ho letto di Camilleri (a parte un racconto), ho sempre creduto che fosse un buon scrittore, e questo romanzo, con quell'incipit, me lo conferma: non è un incipit furbo, perché è strettamente collegato al romanzo, o meglio, al suo famosissimo protagonista, il commissario Montalbano, che visti i fatti accaduti a Genova, e in qualità di poliziotto, sente il bisogno di distanziarsi: Montalbano vuol dare le dimissioni, uscire dalla polizia. Non lo fa, perché gli arriva addosso (letteralmente) un cadavere orrendamente ucciso, e per di più in modo che sembri morte naturale: un caso ideale per un poliziotto che fa della verità e dell'onestà il suo obiettivo nella vita, (probabilmente il motivo per cui a suo tempo è entrato in polizia). Il G8 ci stava perfettamente, non era aggiunto giusto per far sapere come la pensa l'autore, ma era amalgamato al resto della storia, in linea col genere del romanzo ma anche col personaggio protagonista (fosse stato un detective privato, o un vecchietto che gioca a risolvere misteri, o un medico che partecipa alle indagini abusivamente, come altri protagonisti di serie famose, sarebbe stato meno plausibile, o da giustificare diversamente).
Purtroppo gli scrittori furbetti ci sono, e se coi film vado tranquillamente sul “brutto”, coi libri quasi la prendo come un'offesa personale: perché il libro non si legge in due ore, e dover arrivare alla fine diventa un incubo; perché per diventare scrittori non basta volerlo, bisogna anche saper leggere altri scrittori, e imparare; perché leggere è il mio momento di piacere puro, e vedermelo infangato da sintassi di merda e orrori lessicali, mi fa girare i coglioni.
Di solito quando un libro fa schifo immagino di scrivere il post che lo smaschererà (anzi: di urlarlo!), mentre quando un libro è bellissimo riesco solo a dire “bellissimo”, senza altre parole per la meraviglia.

Su Leggiamo di più 2015 c'è la lista completa dei libri letti nel 2015.
In Biblioteca trovate la lista completa delle mie recensioni.
Qui di seguito elenco i libri bellissimi letti nel 2015 di cui non avevo mai scritto una sola riga, ne ho scritto proponendomi di scrivere da ora in poi sempre qualcosa su ciò che leggo di buono, perché se un libro è bello bisogna dirlo, e perché ci sono sicuramente altri lettori che hanno gusti simili ai miei e potranno fidarsi ad occhi chiusi o consigliarmi libri simili: i buoni consigli valgono come regali azzeccati.

Libri bellissimi.

La misura del mondo di Daniel Kehlmann
Per questo libro devo ringraziare le mie colleghe a Berlino, tutte studentesse, abituate a leggere e a studiare, che si stupivano della mia passione per la lettura: evidentemente non conoscevano commesse che leggono più di loro, e di così vari argomenti. Una volta capito questo, non è stato difficile smettere di parlare di ricette o di fidanzati, per dedicarci al vero nutrimento, al vero piacere: i libri. Ho ricevuto consigli preziosi e, a volte, prestiti importanti, come questo libro. Ho letto La misura del mondo in tedesco e mi è piaciuto così tanto che volevo tenermelo, ma l'ho restituito.
Il libro parla di Gauss, matematico, fisico e astronomo dell'Ottocento (che non conoscevo) e di Alexander von Humboldt (che invece conoscevo, avendo letto una sua biografia per bambini, di cui avevo parlato qui) esploratore, geografo, naturalista ecc: i due si incontrano ad un congresso di scienziati tedeschi, nel 1828, ma sono diversissimi, anche se qualcosa li accomuna: non capiscono il senso l'uno degli studi dell'altro. Matematica vs avventura. Le due biografie vengono alternate, e condite con tanto tantissimo senso dell'umorismo: il matematico che con molta nonchalance, ancora giovanissimo, risolve questioni che arrovellano le menti più intelligenti dell'epoca; l'esploratore che imperterrito continua a camminare nella foresta amazzonica e a disegnare animali sconosciuti in Europa, nonostante abbia il corpo deformato dalle punture d'insetti, la febbre altissima e le allucinazioni. Il loro rapportarsi col mondo è altrettanto divertente, ma una risata dopo l'altra si arriva ad avere un quadro chiaro di cosa è stata la loro vita tutta dedita allo studio. A me ha fatto venire voglia di diventare una grande studiosa!

Sei personaggi in cerca d'autore di Luigi Pirandello.
Quando guardo un film in dvd, evito come la peste di vedere i contenuti extra, le scene tagliate, le riprese, le risate: mi sembra che tutto questo rovini la storia che avevo in testa, il mio film nel film, ovvero la mia interpretazione, perché se un regista è bravo, e gli attori pure, io non penso a come è stato fatto il film, ma mi convinco che quelle persone siano esistite davvero, e che le loro battute non siano state inventate da un terzo, ma pensate e pronunciate da loro. Se invece un libro mi racconta, fittiziamente, una scena da dietro le quinte, o dal palcoscenico di prova, io leggo estasiata. Naturalmente se l'autore sa scrivere e tenere le fila.
In questo libro si mescolano gli attori ai personaggi, questi arrivano in carne e ossa e sembrano non avere una loro vita al di fuori di quelle poche scene di cui sono protagonisti, e già questo suona assurdo. Attori e personaggi si mescolano, ma i primi, pur esperti, risultano meno credibili dei personaggi stessi, e questi si lamentano, chiedono di essere loro a interpretare sé stessi: mi ha fatto tornare in mente le difficoltà a scuola nel distinguere autore da narratore e narratario!
Un libro bellissimo, se vi piace indagare la costruzione dei personaggi, ma anche ritrovarvi, con le carte incasinate, ad ammirare un autore che non ha perso il filo, anzi.

Una frase che ho sottolineato: "Lo so bene anche io che ciascuno ha tutta una sua vita dentro e che vorrebbe metterla fuori. Ma il difficile è appunto questo: farne venir fuori quel tanto che è necessario, in rapporto con gli altri; e pure in quel poco fare intendere tutta l'altra vita che resta dentro!"

A voce alta di Bernhard Schlink
Anche questo libro ha una storia berlinese: il Grande Capo l'aveva messo in uno scatolone con molti altri e voleva buttarli, io e una collega l'abbiamo fermato in tempo, gli abbiamo proposto di offrire una nuova vita a quei libri. Va bene, ha detto, ma se entro una settimana non ve li siete divisi, tu, Elle, hai il compito di buttarli.
Posso vantarmi di esserci riuscita, coinvolgendo tutte le colleghe lettrici e discutendo con loro sul Grande Capo, proprietario felice e vanaglorioso di una libreria, che però butta i libri che ha a casa sua, perché non sa cosa farsene. E tutto ciò in una città come Berlino, dove basterebbe mettere lo scatolone di libri per strada per far felice tutto il vicinato (e anche gli amici dei vicini, se questi spargono la voce): io ho ottenuto così tutti i miei dizionari di tedesco dopo il primo, comprato quando andavo a scuola!
Ho letto il libro in tedesco, e avevo già visto il film, ma naturalmente il libro è più bello e delicato, e parte da più lontano. Vi traduco la mia frase preferita:
Pensavo: se il momento giusto è passato, se uno si è rifiutato troppo a lungo, se è stato rifiutato troppo a lungo, è troppo tardi. Anche quando uno alla fine affronta tutto con forza e viene accolto con gioia. O forse non esiste 'troppo tardi' esiste solo 'tardi' che è sempre meglio di 'mai'? Non lo so.”

Per chi non lo sapesse è una storia d'amore che alla fine si inserisce nella Storia, siamo nel periodo nazista, e in quello immediatamente successivo, con in vari processi contro le SS e gli ausiliari. Una storia d'amore particolare tra una donna e un ragazzino: nel loro rapporto ciò di cui lei si vergogna non è la differenza d'età, ma anche se si intuisce che qualcosa che la turba c'è, fino alla fine non si scopre di cosa si tratta. Purtroppo alla fine c'è una questione ben più grossa da risolvere, perché nel periodo nazista la donna era entrata a far parte delle ausiliare delle SS e viene coinvolta in una strage in particolare (fra le altre del periodo); ma mentre tutte le colleghe si dichiarano estranee, lei sembra rimanere fredda e distaccata, e alla fine ammette in fretta di aver firmato lei un ordine che è stato una condanna a morte per tanti civili. Anche se sapevo già qual era il suo segreto e come sarebbe finito il libro, leggerlo è stato un piacere, e ho riflettuto sulle scelte che facciamo nella vita, sulle nostre priorità, su quello che gli altri si aspettano (a posteriori), sulle nostre paure che ci condizionano continuamente anche quando, da fuori, la posta in gioco è tutt'altra.

Come si scrive un giallo. Teoria e pratica della suspence di Patricia Highsmith
Anche questo libro l'ho letto in tedesco (tradotto da Anne Uhde), quindi perdonerà il traduttore italiano se non lo cito, ma non so chi sia. Della Highsmith avevo letto solo Il talento di Mr. Ripley e ho visto il film I due volti di gennaio tratto dal suo omonimo romanzo, ma posso dire che bastano per dire che lei scrive gialli psicologici, cioè una via di mezzo tra un giallo (di cui conosciamo tutti i personaggi, ma non sappiamo chi di loro è l'assassino) e un thriller (in cui conosciamo tutti i pensieri dell'assassino, ma non sappiamo chi è e a volte fino alla fine non lo vediamo in qualità di personaggio insospettabile, ma solo nelle scene in cui è omicida anonimo). Nei gialli della Highsmith il
carattere del protagonista è fondamentale: di solito è una persona disposta a tutto pur di ottenere qualcosa, ma all'inizio non prevede che arriverà ad uccidere, e quando lo fa, si spaventa, ma allo stesso tempo è sicuro di aver potuto fare altrimenti, e comunque ormai non può tornare indietro.

Anche se il genere mi piace molto, io non ho intenzione di scrivere gialli, nemmeno uno psicologico, perché ho la mente giusta per indovinare l'assassino (o almeno così ripeto ogni volta), ma non per crearlo, per nascondere indizi, per alimentare l'attesa eccetera. Se lo faccio, è tutto molto infantile. Ma questo libro è bellissimo proprio perché va oltre i consigli per scrivere un giallo, infatti grazie agli esempi legati ai libri scritti da lei (che nomina man mano), la Highsmith spiega in generale come porsi rispetto alla scrittura, come cogliere uno spunto dalla realtà, alimentare un'idea, svilupparla e poi magari, arrivati a un punto morto, stravolgerla e riscriverla, come sapere cosa si sta facendo e avere il controllo della situazione.
Traduco la mia frse preferita: "L'autore [...] deve avere in ogni momento il senso dell'effetto che otterrà sulla carta, della plausibilità di ciò che scrive. Se qualcosa non va, lo deve percepire in fretta come fa un meccanico che sente un rumore strano nella macchina, e deve correggerlo prima che peggiori."
Il messaggio è quello di mantenere sempre uno sguardo d'insieme sulla storia che si sta scrivendo, anche quando si è concentrati su un unico dettaglio, perché questo non deve mai stonare con tutto il resto, altrimenti perde la sua bellezza. È il miglior libro del genere "il mestiere di scrivere" fra quelli letti finora (una decina, e un giorno scriverò un post anche su questi).

L'oscura immensità della morte di Massimo Carlotto
Giallo psicologico o tema attuale su cui riflettere? Entrambi: Carlotto non è da meno di
Camilleri, anzi, lui è il più esperto in questo campo. Un rapinatore finisce in carcere per aver ammazzato i suoi ostaggi, madre e bambino. Il marito e padre è distrutto dal dolore, pensa solo a quell'omicidio e non sa rifarsi una vita normale. Il rapinatore si ammala di cancro e potrebbe uscire dal carcere dopo tanti anni per malattia o per grazia. Ma per la grazia serve il consenso del parente delle vittime, vittima lui stesso, che deve decidere se quell'assassino merita di uscire di prigione. Cosa deciderà? Lui vuole solo vendetta, vuole solo che quell'assassino resti in carcere, oppure, se proprio deve permettergli di uscire, vuole in cambio il nome del suo complice, per vendicarsi su quest'altro. Ma il rapinatore non ha mai fatto quel nome, né ha intenzione di farlo ora, e così l'uomo a cui ha distrutto la vita cercherà di aggirare il problema, ed è disposto a tutto pur di scovare e torturare il complice: parlare col prete, cercare la mamma del rapinatore, circuire una volontaria. Forse non sembra un giallo psicologico, così incentrato com'è su un tema reale come i parenti delle vittime di un incidente o di un delitto, eppure la tensione e la partecipazione che offre un personaggio che all'inizio è nel giusto, è la vittima (o un parente), ma che lentamente si sposta dalla parte sbagliata, quella del carnefice, compiendo atti da cui non potrà tornare indietro, è quella di un vero giallo psicologico.

Libera nos a Malo di Luigi Meneghello
Io ho una passione per la linguistica, per la lingua italiana, per i dialetti, per i libri italiani scritti in parte in dialetto. Come vedete, per capirci è meglio chiamare l'italiano "italiano" e tutte le altre lingue parlate in Italia, diverse dalle lingue straniere, "dialetti".
Linguisticamente però italiano, lingue straniere e dialetti sono tutte lingue, con una loro grammatica e un loro vocabolario. Lo sanno tutti i nonni che hanno parole precise quando parlando in dialetto, ma in italiano (per loro: lingua straniera) usano sempre le stesse genericamente. Lo sanno i bilingui italiano-dialetto, che quando passano da una all'altra lingua cercano la sfumatura di significato giusta, perché "in italiano non vuol dire proprio così". Lo sanno quelli che crescono in una regione d'Italia e si trasferiscono in un'altra, e si sforzano di imparare se non a parlare (ormai l'italiano è lingua nazionale, comunicare non sarà un problema), almeno a capire i discorsi che sentono. Molte di queste persone suddette, però, non sanno di saperlo, e continuano a considerare le numerose lingue regionali come lingue inferiori, come se "dialetto" significasse “meno completo e bello”.

In questo romanzo si racconta un'infanzia d'anteguerra in Veneto, quando i bambini imparavo l'italiano a scuola, ma tornati a casa parlavano veneto con tutti, senza essere sgridati. All'asilo, a scuola, si imparava l'italiano con diversi gradi di avvicinamento: all'asilo si diceva "fare un pissìn", alle elementari si diceva "pissare", e la scelta di una o dell'altra espressione determinava il grado di maturità del bambino... agli occhi degli altri bambini, che lo derivano se sbagliava!
I bambini giocavano sempre e interpretavano a modo loro il mondo dei grandi, i loro discorsi o le loro reazioni ai fatti del paese. Il paese, Malo, è uno dei personaggi del libro, infatti compare anche nel titolo. I termini in Veneto sono tantissimi, basta prenderli come parole in lingua straniera: alla fine si impara. Se non ci riuscite: alla fine c'è un glossario, con tanto di varianti vicentine dei termini della provincia. Si raccontano usi e costumi, ma anche personaggi e soprannomi, e pure la storia della famiglia del protagonista. Si riflette sui tempi che furono, ma soprattutto sulla lingua. E poiché l'autore dopo l'università si è trasferito a Londra, molto spesso i termini veneti, per essere spiegati, vengono paragonati a corrispondenti termini inglesi, sopratutto quando le due lingue, rispetto all'italiano, sembrano offrire maggiori sfumature di significato.

"Il paese di una volta aveva un suo pregio: formava una comunità modesta ma organica. Ci conoscevamo tutti [...], il rapporto tra gli uomini e le cose era stabile, ordinato, duraturo. Duravano le case, le piccole opere pubbliche, gli arredi, gli oggetti d'uso [...]; la parsimonia stessa del vivere li rendeva più importanti. Perfino i giochi dei bambini erano più seri: meno giocattoletti di plastica, meno sciocchezze. [...] Le stagioni avevano più senso, perché vedute negli stessi luoghi, sopportate nelle stesse case."
"La lingua si muove come una corrente: normalmente il suo flusso sordo non si avverte, perché ci siamo dentro, ma quando torna qualche emigrato si può misurare la distanza dal punto dove è uscito a riva [...]. In famiglia hanno continuato a parlare lo stesso dialetto che parlavano qui con noi, che parlavamo tutti; tornano e sembrano gente di un altro paese o di un'altra età. Eppure non è la loro lingua che si è alterata, è la nostra."

Dei bambini non si sa niente di Simona Vinci
Su tutt'altra strada procede l'infanzia che invece è raccontata in questo libro bellissimo e terribile allo stesso tempo. Questa storia dura solo un'estate, e l'atmosfera delle giornate
di sole cocente passate a giocare, dei giochi segreti solo fra pochi, invitati magari da qualcuno più grande e escludendo quelli che non sono del gruppo, rende facile immedesimarsi. Almeno finché i giochi non si fanno più precisi e profondi, finché a un certo punto vanno oltre. Il titolo si riferisce all'infanzia nota come “età dell'innocenza” e al fatto che solo i bambini sanno che non è così: un po' perché lo credono, un po' perché lo sperimentano. I bambini devono fare le loro esperienze personalmente, e queste esperienze possono essere anche sessuali, e il fatto che siano altri (i più grandi) a spingere a farle è normale, perché tra bambini ci si capisce, e se l'ha fatto uno, possono farlo anche altri. Ma in questo libro non solo i bambini perdono l'innocenza, ma si finisce oltre l'oltre, i bambini incapaci di sottrarsi, noi lettori incapaci di smettere di leggere: io per esempio ho fatto una pausa, ma non vedevo l'ora di arrivare alla fine, per conoscerla ma anche per lasciarla.

I quattro romanzi di Simon Beckett, letti tutti in tedesco (tradotti da Andree Hesse)
La chimica della morte, Scritto nelle ossa, I sussurri della morte, La voce dei morti.
Ho ricevuto i primi due come regalo di commiato quando sono andata via da Berlino, da una collega appassionata di thriller come me, che mi ha detto di aver trovato in Beckett il suo nuovo autore di thriller preferito, nonché il suo autore preferito in assoluto, e io che mi fido dei suoi consigli, ho comprato subito gli altri due suoi romanzi che hanno per protagonista il medico David Hunter, uno che si ficca sempre nei guai e che ce li racconta in prima persona.
In realtà non è colpa sua, perché in qualità di antropologo forense, viene spesso chiamato a collaborare alle indagini e rischia più volte di essere ammazzato. Ha anche un passato da dimenticare. Nel primo (spero di aver messo i titoli italiani in ordine, ma gli italiani e quelli tedeschi si allontanano dal titolo originale, che comunque non capisco perché è inglese) si rifugia in un paesino sperduto per ritrovare sé stesso, smette di fare il perito forense e diventa medico condotto, ma un serial killer di giovani donne lo obbliga a rivestire i panni giusti. Nel secondo viene chiamato su un'isola isolatissima a indagare su un cadavere quasi carbonizzato, ma visibilmente legato mani e piedi; una tempesta isola
l'isola ancor di più e una serie di omicidi colpisce gli abitanti. Nel terzo va in vacanza-studio in America, dove ha già studiato per diventare esperto antropologo forense, e nonostante il suo compito sia di aiutare la ricerca scientifica, il ritrovamento di un cadavere e poi di un altro, e l'improvvisa mole di lavoro che questo comporta per il laboratorio, richiedono il suo aiuto (non sempre accettato dai colleghi del posto). Infine col quarto si fa prima un salto indietro, ad un caso a cui Hunter ha lavorato prima del primo libro (raccontandoci così quella parte del suo passato da dimenticare che ci aveva solo accennato), poi al presente, posteriore ai tre libri precedenti, dove ricompare un feroce assassino del passato, semplicemente evadendo di prigione: Hunter non c'entra niente, ma purtroppo ora è amico di una delle possibili vittime, e poi come al solito sembra che certe domande i poliziotti non se le facciano.


Ben scritto, mi piace soprattutto la parte chimica dell'incipit, "la chimica della morte" che troviamo nel primo titolo: spiega le reazioni del corpo umano quando, dopo la morte, si ritrova in un luogo molto caldo che attira insetti (primo libro), al centro di un focolare (secondo libro), in un luogo molto caldo ma senza fiamme vive (nel terzo), in un luogo molto molto umido (quarto libro). Tutto questo fa parte del lavoro di un antropologo forense, che deve ricostruire quanti più dettagli possibile a partire dai dettagli di decomposizione del corpo.
Vi traduco due frasi preferite, tratte rispettivamente dal primo e dal secondo romanzo: "Non lo so di preciso. Certe cose mi mancano. Non proprio i bar o i ristoranti, ma piuttosto la vitalità della città. Però lentamente mi abituo alla vita in campagna. In effetti basta solo abituarsi ad un'altra velocità."
"A volte mi auguravo di sparire. Di lasciarmi tutto alle spalle, semplicemente [...]. Andare da qualche parte. In un luogo dove ci sono le scuole e negozi e ristoranti e persone, che non si conoscono, e sche non sanno chi sono e cosa faccio. [...] Non è così semplice [...]: tutto ciò che ho è qui. Inoltre: cosa dovrei fare lì?"

Per dire: aldilà del genere perfettamente rispettato, le riflessioni in cui immedesimarmi contribuiscono a farmi piacere un libro, e visto che nel 2015 mi sono trasferita da una metropoli europea a un paesello italiano...


Di questi romanzi bellissimi invece ho parlato nel post >Regala un libro a natale: i consigli dello Spirito.
Timira. Romanzo meticcio di Wu Ming 2 e Antar Mohamed
Il romanzo della nazione di Maurizio Maggiani
L'amore molesto di Elena Ferrante
Un indovino mi disse di Tiziano Terzani
Chiudi gli occhi e guarda di Nicola Pezzoli


 (ho preso le foto da google books, da ibs.it o dal sito dell'editore)


11 commenti:

  1. A mio modestissimo parere , sono una lettrice medio-piccola , non ci sono libri brutti o belli: piacciono oppure no.Dei titoli elencati non ne ho letto nemmeno uno...mi cospargo il capo di cenere. Non leggo gialli,saggi e fantapolitica.Ho iniziato a dodici anni con Pavese: La bella estate, La luna e i falò...e forse non capivo quello che leggevo, ma adoravo leggere. Poi ho incontrato Alba De Cespedes e il suo "Quaderno proibito" e non ho più mollato le scrittrici: C Dunne, Irlanda a iosa. I. Allende,. M. McDonald.
    e non disdegno D.Bignardi. Ora sto leggendo Grandi speranze di Dickens...povero uomo....

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    1. Non avevo mai sentito nominare Alba De Cespedes, ma ho trovato informazioni intressanti, potrebbe piacere anche a me. Delle altre conosco solo la Allende, che mi è sempre piaciuta molto, ma che ho letto (e apprezzato) solo fino a Ritratto in seppia, poi l'ho persa di vista.

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  2. Ho visto il film tratto da A voce alta e se non ricordo male ho pensato le cose che hai scritto tu, Beckett conoscevo Samuel (e ho letto qualche suo testo teatrale, credo un paio, forse i più famosi), di Patricia ne ho letto solo uno, Carlotto quasi tutti, e L'oscura immensità della morte tra i miei preferiti. Di Camilleri non ho letto nulla, e questo libro l'ho preso perché sapevo dell'incipit(ma non sono riuscito ad andare oltre l'icipit, fermato da una lingua lontana dalla mia, ma ci riproverò), anche di Meneghello non ho letto nulla (ma ho fatto un provino per recitare ne I piccoli maestri), ma tra questi libri c'è quello che più mi piace, che non è bellissimo, è un vero capolavoro, uno dei migliori esordi di sempre Dei bambini non si sa niente della Vinci ;)

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  3. Per Camilleri ti faccio da glossario per le parole che ho capito, tutte le altre puoi immaginare da solo. Con Meneghello invece non dovresti avere difficoltà ;)
    Grazie di avermeli prestati, ora aspetto che li leggi tu.

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    Risposte
    1. Grazie a te ... come molte cose, con te qui, riprendono vita ;)***

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  4. Ottima lista, prenderò senz'altro molti spunti. Mi attira soprattutto Kehlmann.

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  5. Ciao Elle! Tanti tanti auguri per il nuovo anno! Spero che sia ispirante e pieno di buone letture da condividere. Un abbraccio!

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    1. Grazie Pia :)
      Un abbraccio e un augurio anche a te!

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  6. Cara Elle,piacere di conoscerti.
    Noto con piacere che ami la lettura.
    Ti seguirò volentieri.

    Ti auguro un 2016 radioso.

    Buona serata.

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