giovedì 5 maggio 2016

64° Trento Film Festival 2016.

Quest'anno sono andata al Trento Film Festival, il festival del cinema della montagna, con la speranza di vedere qualche bel film; speranza che stava rivelandosi vana, perché tutti i film che avevo adocchiato sul programma erano al completo! Per fortuna una differenza con la Berlinale al TFF c'è: i film anche stranieri sono sottotitolati in italiano, quindi non siamo impazziti per cercare un film alternativo in italiano (Alli non sa leggere i sottotitoli in tedesco), ma ci è bastato dire un titolo qualsiasi alla cassiera gentile del cinema per vederla sorridere: “Qui c'è posto”. Abbiamo visto tre film, numero perfetto; mangiato due piatti tipici trentini, ascoltato un reading concerto.


La glace et le ciel di Luc Jacquet (in francese). 
Di questo film avevo già parlato perché l'abbiamo visto il trenta aprile. È un film ambientato tra i ghiacci, sì, ma non sulle Alpi o su altre alte montagne, bensì in Antartide, dove dal secondo dopoguerra sono in corso le ricerche dei glaciologi, inizialmente solo per studiare i ghiacci, poi grazie al glaciologo francese Lorius che si è appassionato a quest'altro aspetto, anche per studiare i cambiamenti climatici.
Il ghiaccio più profondo dell'Antartide, infatti, esiste sin dalla notte dei tempi: più si scava più il ghiaccio è antico. I ricercatori guidati da Lorius sono arrivati a studiare ghiacci di un milione di anni fa, e grazie alle sue analisi Lorius ha potuto confermare le teorie dei geologi sui cicli delle glaciazioni e dei disgeli, ovvero sulla loro regolarità, sia nel verificarsi (ogni tot milione di anni) sia nelle caratteristiche di questi passaggi, ad esempio di quanti gradi si riscalda la terra dopo ogni glaciazione rispetto al precedente periodo di disgelo. Proprio questo dato gli ha permesso di capire che il surriscaldamento della terra sta procedendo a ritmi mai visti, velocissimi, e pericolosi per la terra stessa, perché dopo milioni di anni di regolarità, sta portando alle catastrofi “naturali” che si verificano in diverse parti del pianeta, e tutto è dovuto all'effetto serra e a tutto ciò che l'uomo sta distruggendo nel mondo ormai da anni, da secoli. Il film documentario è composto da filmati d'epoca, girati dai ricercatori nelle varie basi di ricerca in Antartide nel corso degli anni e di diverse spedizioni; ma anche filmati di interviste o di trasmissioni in cui a Lorius è stato chiesto di spiegare le sue scoperte e i suoi allarmi. Altre parti del film sono immagini attuali di ghiacci in cui il vecchio Lorius (che ora ha 82 anni) cammina fra le rocce o fra i ghiacci, spesso inquadrato in primo piano in ogni sua ruga, mentre una voce fuori campo racconta la sua storia in prima persona (non è
proprio la sua voce, ma lo impersona). Alle conferenze internazionali Lorius ha ricevuto negli anni molti premi e riconoscimenti per le sue scoperte, ma non è servito a sensibilizzare chi sta al potere verso interventi concreti per fermare il disastro prima che sia troppo tardi: il potere non può lasciarsi fermare dalla imminente catastrofe! Lorius, che ha partecipato alla prima spedizione quando aveva solo 23 anni, confessa di sentire che tutte le sue ricerche in tanti anni sono state inutili, perché pur avendo visto il pericolo in tempo, non è stato mai ascoltato da chi può intervenire. Questo film stesso ha avuto poco seguito in Francia, mentre in Italia non è stato neppure distribuito.


E.B.C. 5300M di Léonard Kohli (senza dialoghi, a parte voci di sottofondo incomprensibili).
Un brevissimo cortometraggio, che proprio per questo mi ha lasciata perplessa (come mi succede a volte quando leggo un brevissimo racconto), e anche perché non ho capito se è una finzione o la verità. Sull'Everest è stato costruito un campo base (Everest Base Camp, si tratta di tende e tendoni) che ospita un migliaio di persone, sperdute su in alta montagna ma con qualche tecnologia appresso (pc, musica), qualche divertimento (la tenda-discoteca), e una normale quotidianità. O almeno così sembra, anche se io mi chiedo a che pro andarsene a 5300 metri se poi si ricostruisce tale e quale un noiosissimo paesino di provincia? Con tanto di vicino di casa che spara la musica a palla in piena notte e accende le luci colorate sulla tenda! A parte che tutto questo inquina... Finisce che arriva un gruppone di turisti (non proprio su quella vetta, ma vicino) che strilla e urla solo come i turisti cretini sanno fare e questo nonostante il fiatone per la camminata; si fanno tutti la foto scema con le dita a V e il campo base sullo sfondo (tende gialle su neve bianca), mentre gli sherpa, cioè i portatori di alta montagna, crollano svenuti lì affianco perché hanno portato il carico. La scritta finale dice che quella cima non viene raggiunta da due anni perché ci sono state due valanghe: la seconda, provocata dal terremoto in Nepal, ha distrutto il campo, uccidendo 19 persone, per non parlare dei feriti, l'altra ha ucciso un gruppo di sherpa.



K2 – Touching the sky di Eliza Kubarska (in polacco e inglese).
Anche in questo lungometraggio si parla di morti d'alta montagna, ma da un punto di vista un po' diverso. Gli alpinisti seguono una passione fuori dall'ordinario, non è come “buttar via” i soldi per comprare francobolli rari da tenere in bacheca, ma richiede un duro allenamento, studio e disciplina, dedizione a volte totale, quando la passione per l'alpinismo trasforma la vita privata in pubblica, ma soprattutto comporta un rischio che i collezionisti di francobolli non conoscono: morire durante l'arrampicata.
Fra coloro che non capiscono né accettano questa tensione verso l'estremo ci possono essere i figli degli alpinisti, soprattutto se sono piccoli o se non sono alpinisti anche loro: se un alpinista non vorrebbe un figlio che soffre di vertigini, cosa vorrebbe il figlio di un alpinista?
La regista del film, che arrampica per passione da diciotto anni ed è stata anche sul Karakorum del film, si è posta questa domanda quando si è resa conto di desiderare di diventare mamma, e da queste sue domande esistenziali è nata l'idea del film. Conosceva già la storia di alcuni protagonisti, perché sono di Varsavia come lei, ma in realtà ha contattato molti figli di alpinisti morti tragicamente durante le loro scalate, che però hanno rifiutato il suo invito, decisi a non rivangare un passato che hanno voluto rimuovere. Anche una delle ragazze presenti nel film, Hania, in realtà ha cancellato suo padre dalla sua vita, ma in questo caso è stata sua madre a chiedere alla regista di coinvolgerla, proprio per avvicinarla a quel mondo che lei odia perché le ha rubato il padre, e che l'ha portata ad odiare il padre stesso per essere andato incontro alla morte proprio quando sua moglie era incinta.
Cosa è giusto? Cosa è sbagliato?
Eliza Kubarska presenta il film
La regista presenta il film.
Nel 1986 il K2 ha visto (e provocato) la morte di numerosi alpinisti: molte spedizioni si erano messe in marcia quell'anno, e quasi tutte sono tornate decimate, alcune senza aver raggiunto la vetta. In particolare tra giugno e agosto c'è stata la cosiddetta “estate nera” (in italiano l'ho trovata come “disastro del K2”), e i ragazzi che vediamo nel film sono i figli di alpinisti che hanno tentato la scalata all'inizio di agosto, ma sono stati colti da una tempesta che ha costretto prima varie spedizioni a unirsi fra loro dopo le prime perdite, poi a rinunciare alla scalata stessa. Il padre di Hania, Tadeusz Piotrowski, era alpinista e scrittore, ha scritto molti libri sulla sua esperienza in montagna, ma Hania non capisce proprio perché volesse a tutti i costi salire lassù: del gruppo lei è quella che parla meno, risponde quasi a monosillabi alle domande di Eliza (la regista) e si rifiuta di accettare la scelta di suo padre, morto prima che lei venisse al mondo, durante la discesa dal K2: nel film un filmato d'epoca vede il suo compagno di cordata raccontare l'incidente. Lùcasz è polacco anche lui, e nell'agosto 1986 ha perso la mamma: nonostante non capisca perché sua mamma avesse iniziato ad arrampicare solo dopo la sua nascita, quasi come a non voler stare con lui, e nonostante pochi anni dopo muoia in alta montagna anche suo padre, Lùcasz arrampica lui stesso, ed è lui nel film che spiega a Hania (complice la lingua madre) come funziona la montagna, che le mostra i resti di abbigliamento o ossa umane sparsi lungo il sentiero e le spiega che quando si precipita da una tale altezza il corpo di disintegra e rimangono solo i vestiti, o che le persone disperse muoiono di malori o assiderati e i corpi vengono poi mangiati dagli animali: è un mondo che gli alpinisti conoscono bene, tutti sanno a cosa vanno incontro. Sua madre, Dobrosława Miodowicz-Wolf, è sparita durante la discesa, stava male, e tutti hanno pensato che fosse morta; il suo caso è fortunato, perché normalmente i corpi dei dispersi non vengono più ritrovati, invece il suo sì, due anni dopo è stato ritrovato legato alla parete, dove forse si era addormentata e poi è morta. I figli di Julie Tullis sono invece i più consapevoli, forse perché quando la mamma è morta loro erano più grandi, avevano vissuto con lei i precedenti tentativi di scalare il K2 e anche la sua fama di alpinista; lei è stata la prima donna britannica a raggiungere la vetta, pochi giorni prima di morire, e in un filmato d'epoca il marito e la figlia vengono intervistati e lui in lacrime spiega di provare anche tanto orgoglio per il successo di Julie, al punto che hanno deciso, nonostante il dolore, di stappare una bottiglia e brindare, perché a lei sarebbe piaciuto così.
Lùcasz, Chris, Hania e Lindsay. Foto Trentofestival.it
Nonostante sia morta nella tenda, durante la tempesta, per un malore e con un principio di congelamento, il suo corpo non è stato mai ritrovato quando sono tornati a recuperarlo. Lindsay spiega perciò che lei ha potuto così pensare che sua madre fosse semplicemente partita per una vacanza; ciononostante ha quasi un crollo emotivo quando raggiungono la roccia a cui sono attaccate targhe commemorative per ogni alpinista morto sul K2, lei che lassù nemmeno ci voleva andare; suo fratello Chris invece era molto entusiasta all'idea, sapeva indicare sul fianco della montagna il punto esatto in cui sono morti i vari alpinisti di quella spedizione e ci teneva a vedere la targa di sua madre. In un altro filmato, un'intervista della regista al compagno di cordata di Julie, l'austriaco Kurt Diemberger, uno dei due sopravvissuti di quei giorni, ci racconta il freddo, gli incidenti, la tempesta terribile e di Julie che stava male; io non so immaginare cosa significhi trovarsi al buio a quasi 8000 metri d'altezza, nel bel mezzo di una bufera di neve gelida. È proprio una frase di Kurt a dare il titolo al film e un nome a questa passione: “volevamo trovarci su in cima e toccare il cielo”.
Dopo le chiacchiere con questi quattro figli e il confronto con i loro sentimenti, in parte diversi in parte simili, a proposito della scelta dei propri genitori, la regista ha deciso di interrompere le arrampicate ora che è diventata mamma, e forse non scalerà mai più...

 

Il Campo Base al Festival.
Solo dopo la visione di quest'ultimo film ho capito che il nome dato al tendone mensa del festival, Campo Base, non è casuale. Là dentro non si respira né aria di montagna né aria internazionale, ma sembra più una sagra di paese in un momento di calma, anche perché si mangia benissimo: un menù tipico trentino, due-tre piatti tra cui scegliere, diversi ogni giorno. Noi abbiamo preso canederli in brodo e tortel di patate con contorno di carote (io), tosella con uovo e tortel di patate con contorno di fagioli (Alli), e dopo ci siamo leccati i baffi.




Il Trento Film Festival non è un normale festival cinematografico, ma è il festival del cinema di montagna e dell'alpinismo, e attorno all'argomento ruotano tutti gli eventi in programma, non solo i film, ma anche rassegne, incontri, convegni, presentazioni di libri, concerti, serate gastronomiche: tutto sulla montagna e sull'alpinismo (spesso Messner è ospite), o sul Paese ospite, che quest'anno è il Cile. 

Luca Mercalli presenta La glace et le ciel
Luca Mercalli presenta La glace et le ciel.
C'è anche una rassegna letteraria che si chiama Montagnalibri, accompagnata da un tendone libreria con libri sulla montagna, sia fotografici, sia saggi che narrativa; e ogni anno si tiene una gara di arrampicata urbana sui palazzi di Trento, con scalatori muniti di materassino personale per parare le cadute.

Arrampicata urbana Trento1
Arrampicata urbana Trento2


Noi abbiamo visto anche il reading concerto di Wu Ming 2 che leggeva L'alfabeto delle orme accompagnato dai Frida X agli strumenti. L'argomento è ancora una volta la passione per la montagna, ma si tratta di camminare: il libro originale, di cui questo reading è un estratto, s'intitola La via del sentiero, ed è una raccolta di racconti uscito nel 1911 che comprende scritti angloamericani e che è stato tradotto in italiano da Wu Ming 2 stesso. A me è piaciuto il racconto che dice più o meno: “preferisco salire in montagna da solo per camminare in silenzio, perché se salgo in montagna non è per portarmi appresso la città e le sue chiacchiere.”


Il festival finisce l'8 maggio 2016. Info: Trentofestival.it.

4 commenti:

  1. Bellissimo post, dove non hai tralasciato nulla, facendomi capire delle cose, che io, spettatore distratto, avevo perso (in particolare sui film). Mi fa piacere esserci andato con te a vedere questo festival che seguo da anni. Messner c'è sempre, a presentare film e/o incontri. Quest'anno non l'abbiamo incrociato, ma è stato un caso ... chi vuole vederlo lì è sicuro di beccarlo al 99%. Motivo in più per andarci, accanto ai film e libri e alla cucina veramente eccezzionale, abbondante e a prezzi veramente popolari ...

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    1. Grazie a te per avermi spiegato il corto ;)
      L'anno prossimo lo aspettiamo al varco, questo Messner!

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  2. Cacchio, che film allegri! Belli, eh, però... meno male che dopo c'erano i canederli :-)

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    1. Non erano allegri, ma forse l'ho fatta io troppo seria, giuro che ci son stati momenti simpatici ;)

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