giovedì 16 giugno 2016

Sono condannata.


Sono condannata
a vagare a tentoni
in silenzio,
a ignorare e a seguire,
muta,
a supplicare con lo sguardo,
a tirare per la manica.
Ad esserci senza esistere.
Sono condannata
al disordine,
agli estremi,
ai miscugli.
Sono condannata
alle rughe
dei sorrisi,
alle pieghe
della mente.
Sono condannata
a domandare
e a non capire le risposte.
Sono condannata
ad aver paura
dei miei occhi.
Sono condannata
ad ascoltare idee,
sono condannata
alla mia assenza.
Sono condannata
a spiegare la statua,
statua di legno che mi condanna.
Sono condannata
ad essere condannata
in silenzio
ascolto la condanna
e sorrido.
Tiro la manica,
incrocio gli occhi
e sorrido.
Sorrido e mi chiedo
chi capirà la mia risposta?
Sorrido e vedo
la paura:
perché paura del mio sguardo?,
mi chiedo.
Sono condannata.
Cerco un tavolo,
mi siedo,
sui gomiti
appoggio la mia mente,
con le mani
stritolo i miei desideri
li ascolto: piangono?
Un succo ne cola
rossiccio,
è sangue?
È il frutto
della mia condanna.
Sono condannata
a raccontare storie
che nemmeno io voglio ascoltare.


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